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 2009 Giuliano Di Benedetti
COLLI ALBANI: una storia tutta da riscoprire
di Giuliano Di Benedetti
  febbraio 2009
COLLI ALBANI: una storia tutta da riscoprire
Giuliano Di Benedetti

Conosciamo davvero i Colli Albani? Solo quello che abbiamo appreso da vecchie tradizioni, ma non sempre quelle informazioni sono state correttamente trasmesse o bene interpretate e spesso ignoriamo le cose più ovvie, abituati come siamo a vedere i luoghi dove siamo nati e vissuti come luoghi normali, semplici, privi di grandi significati.
Meno che mai riusciamo a considerarli magici o sacri.
Ma erano proprio magia e sacralità le caratteri­stiche peculiari che li hanno resi unici agli occhi dei nostri più lontani progenitori, caratteristiche che hanno superato i millenni. Solo ora non riusciamo più a comprendere quelle antiche caratteristiche, fuorviati dalla nostra religione, dalla modernità, dalla scienza, dalla ricchezza e dalla saccenza dei nostri studiosi. Quello che qui cercherò di far conoscere, possibilmente ad un vasto pubblico, è proprio quello che oggi sfugge alla normale conoscenza di tutti: l'antico carattere del territorio dei Colli Albani. E lo farò rispondendo alle infinite domande che dallo studio di un simile territorio nascono spontanee e di cui rappresentano solo un piccolo saggio quelle che qui di seguito faccio a me stesso e a tutti voi.
Come si formò il territorio dei Colli Albani? Cos’è la glaciazione di Wurme e quale ruolo svolse il Vulcano Laziale in quel periodo? E cos’è il Vallone di Tempesta e cosa rappresentava per gli uomini di trentacinquemila anni fa? Quali sono i simboli primordiali ideati dall’Homo Sapiens Sapiens? Chi o che cosa erano veramente e come si collegano al territorio del lago di Nemi e al suo sacro bosco personaggi eccezionali, luoghi misteriosi o miti universali come la Grande Dea Madre, il Giardino di delizie, l’albero sacro del ramo d’oro, il primordiale tempio-radura dedicato alla dea Diana-Inanna, il dio sumero Anu e quello latino Janus-Diano-Giano, l’ingresso nel mondo dei morti e le tombe a camera? Perché Enea e i suoi troiani giungono nel Latium dopo aver sostato a Cuma ed aver incontrato la Sibilla Cumana? Perché nasce Albalonga? Dove nascono Romolo e Remo? Qual è l’origine dell’alfabeto che oggi è usato da tutti i popoli della Terra nelle relazioni ufficiali tra gli Stati? Come fu realizzato l’emissario del lago di Nemi? Perché sono legati al nemus ed al suo territorio tanti personaggi importanti della storia di Roma come i componenti della famiglia Julia -Giulio Cesare e Ottaviano Augusto-, come gli imperatori Tiberio, Caligola, Vitellio, Domiziano. Chi era il cittadino di Lanuvium Publio Sulpicio Quirino? Quale rapporto hanno con il nemus Maria di Nazareth e Paolo di Tarso? Perché Simon Mago fini­sce ad Aricia? Quale rapporto lega la Madonna al lago di Nemi? Cos’erano le gigantesche navi di Nemi e perché Caligola le fa realizzare in un lago così piccolo? Dove nasce l’imperatore Antonino Pio e dove vive suo figlio adottivo -e poi genero- Marco Aurelio? E dove nasce e vive Commodo, suo figlio e successore? Quali vicende legano Settimio Severo, Caracalla, Costantino il Grande ad Albano Laziale? Quale ruolo ha nella decisiva battaglia di ponte Milvio tra Massenzio e Costantino la Seconda Legione Partica di stanza sui Colli Albani dove ora sorge Albano Laziale? Cosa poteva significare esattamente la scritta della visione di Costantino:”In hoc signo vinces”? Che cos’era effettivamente la vera donazione di Costantino che darà poi origine al potere temporale dei Papi e alla loro dominazione su tutta l’Italia Centrale? Chi era sant’Ippolito? E papa sant’Innocenzo? Cosa ignora ne “Il Codice Da Vinci” Dan Brown nella “sua” ricostruzione della vicenda della discen­denza della Maddalena? Quale strana particolarità della più antica divinità nemorense, Diana, collega Rea Silvia a Maria di Nazareth e cosa lega Romolo a Cristo?
A questi e a molti altri interrogativi della storia più antica cercheremo di dare una risposta credibile, convincente, nuova, originale ed anticonformista collegandoli -imprevedibilmente, ma realisticamente- alle più radicate tradizioni del territorio del nemus, il sacro bosco del lago di Nemi. La rilettura di molti avvenimenti che fanno parte della storia dell’umanità e che, correttamente interpretati, restituiscono ora la decisiva importanza al ruolo che i Colli Albani hanno avuto in ogni epoca nella storia dell’umanità -oggi quasi del tutto dimenticata- sarà sorprendente e del tutto insospettabile.
Castelli Romani o Colli Albani?

Intervista di Emiliano Iacoangeli

L'architetto Giuliano Di Benedetti si occupa della valorizzazione del territorio dei Colli Albani da molti anni.
Per questo, oltre vent'anni fa, iniziò una sistematica ricerca sulla storia più antica di questi luoghi e sui miti, culti, rituali, storie, personaggi che qui hanno avuto le loro origini. Le sue ricerche hanno dato risultati estremamente sorprendenti ed imprevedibili, tali, comunque, da dare vita ad un organico progetto di valorizzazione in chiave turistica dei Colli Albani basata sulla riscoperta della storia più antica dei luoghi. Con questa intervista l'architetto Di Benedetti inizia la collaborazione con il sito Castelliromani.eu. Andiamo, allora, insieme a lui, alla scoperta della vera identità dei Colli Albani.
D - I Castelli Romani fanno parlare di sé per le bellezze naturali, la storia, la vicinanza con Roma, il Papa etc. Su "Visto" ed altri rotocalchi, i Castelli sono andati per altri motivi, per storie molto più antiche...
R - Vorrei chiarire subito un concetto fondamentale che a prima vista può sembrare solo una sottigliezza formale. Bisogna distinguere i due termini che noi siamo abituati ad usare come sinonimi, ma in maniera imprecisa, per indicare il territorio su cui viviamo: Castelli Romani e Colli Albani. Tra loro c'è una differenza concettuale sostanziale. I Castelli Romani tramandano, nell'immaginario col­lettivo, l'idea di piccoli borghi agricoli, abitati da poveri contadini e produttori di vino che si vendeva all'osteria, soprattutto a Roma. E' un'immagine riduttiva che, in una società in cui tutto è "immagine", ormai ci penalizza. I Colli Albani, invece, sono il luogo delle nostre ori­gini più antiche e gloriose, rimandano ai primordiali abitatori del Vulcano Laziale, che sviluppano, nel tempo, prima la la civiltà italica, poi la grande civil­tà latina con Alba Longa e, infine, dopo aver dato origine a Roma, partecipano direttamente alla sua grandezza. Dei Colli Albani, del luogo sacro per eccellenza dei popoli antichi, invece, noi abbiamo fatto la "succur­sale" dei modesti -storicamente parlando- Castelli Romani.
Con la globalizzazione in atto, per distinguersi, ognuno ritorna alle proprie origini. Questo è quello che anche noi dobbiamo fare oggi: riscoprire la grandezza delle nostre più lontane tradizioni, valo­
rizzarle e farle conoscere per ricreare un'immagine molto più qualificata e qualificante in grado di atti­rare qui forti flussi turistici che consentano di migliorare significativamente anche la nostra eco­nomia. Storia, arte, cultura, ambiente sono gli ele­menti su cui si basa il nostro futuro economico. Lo possiamo fare al massimo livello perché i Colli Albani nascondono tali tesori da non aver timore alcuno di puntare tutto su queste scelte di fondo. Basta crederci.
D - Dovremo, insomma, rinnegare i Castelli Romani?
R - Assolutamente no! Non dobbiamo, però, farci più scambiare per incolti villani produttori di vino di bassa qualità da servire nelle osterie. La riscoperta dei valori antichi ci deve restituire la priorità e la supremazia su tutti, Roma compresa. La riqualificazione del territorio dei "Colli Albani" deve far riscoprire a tutti la grandezza delle città latine, etrusche o volsche (Aricia, Lanuvium, Tusculum, Velitrae, Corioli...) non deve richiamare solo la modesta immagine dei piccoli castelli medie­vali abitati da poveri contadini. Le grandi ville rina­scimentali e barocche di cui i Castelli Romani sono ricchi -Frascati in particolare- sono gli elementi più appariscenti e noti tra il pubblico oggi, ma sono anche uno dei motivi che hanno fatto dimenticare la più antica storia che invece è nostro assoluto inte­resse riscoprire. L'esempio dell'articolo pubblicato da "Visto" cui Lei alludeva e che riguardava un'ipotesi di permanenza qui addirittura di Maria di Nazaret, è stato un tenta­tivo di dare una visione totalmente diversa di questi posti, riscoprendo, in quel caso, la grande tradizione religiosa che riguarda il lago di Nemi. Partendo dalla Diana Aricina, nell'articolo si soste­neva la tesi di una continuità di culto -quello della Grande Dea Madre- che si tramanda da sempre nella valle del lago, dalle origini fino ai nostri giorni, attraverso Diana, Iside e, forse, Maria. L'ipotesi che il culto della Madonna dei cristiani si sia sovrapposto a quello della Diana nemorense, che, a prima vista può sembrare azzardato, è, nella realtà, del tutto naturale ed è in linea con l'evoluzio­ne che le religioni hanno avuto fino al trionfo del cristianesimo. Diana, infatti, non era l'insignificante dea della cac­cia, ma una dea antichissima e complessa, dea ver­gine e madre di tutta la natura, divinità celeste iden­tificata con la luna e regina degli inferi, il regno dei morti, cui si accedeva proprio dall'antro sacro pre­sente nel nemus. Quanta somiglianza c'è, poi, tra la giovanissima Rea Silvia, madre di Romolo e Remo, Vestale nel tempio
di Diana Aricina, resa madre dal dio Marte, con la nostra Vergine Maria è campo tutto ancora da inda­gare!
D - Ma queste sono nuove interpretazioni del mito del Lacus Dianae, diverse da quelle tradi­zionali....
R - Sono proprio quelle che io ho elaborato in anni di ricerche. Partendo da osservazioni come quelle che Le ho appena esposto, ho intrapreso, diversi anni fa, un lungo studio sulle civiltà antiche cercan­do di capire perché un grande scienziato come J. Frazer, autore de "Il Ramo d'oro", la prima opera che tenta di dimostrare scientificamente l'evoluzione intellettuale dell'umanità, partisse dal mito albano del "ramo d'oro" e del "rex nemorensis", il mito più importante dell'antico lago di Aricia -oggi lago di Nemi- per cercare la spiegazione a cotanto proble­ma. Quando cominciai ad occuparmi di questo tema il mito del rex nemorensis, divulgato già da oltre mezzo secolo in tutto il mondo dall'opera del Frazer, era praticamente sconosciuto proprio qui, nei Castelli Romani. Solo pochissimi esperti e studiosi lo conoscevano. Oltre ai comuni cittadini, lo ignora­vano totalmente le scuole, i professionisti, gli Amministratori locali. Quando, negli anni settanta, lessi per la prima volta il libro del Frazer ebbi subito, netta, la sensazione di aver trovato una miniera d'oro sia scientifica che economica. La mia deformazione professionale mi portava a concepire progetti fantastici in grado di trasformare positivamente tutta l'economia locale, ma fui preso per visionario, anche perché solo pochissimi cono­scevano l'opera del Frazer nel comprensorio del nemus, mentre era molto nota in tutti i paesi anglo­sassoni e più che nota agli studiosi di antropologia di tutto il mondo. Solo molti anni dopo le mie idee cominciarono a trovare accoglienza presso la classe politica ed amministrativa i cui membri -salvo eccezioni rarissi­me- oggi finge di conoscere il titolo dell'opera del Frazer che nessuno di loro, però, ha mai letto. In questi ultimi tre anni le cose sono talmente cam­biate che ora non si meraviglia più nessuno davanti ai progetti del "Parco del Ramo d'oro" o a quelli contenuti nel "Progetto Nemus" per la valorizzazio­ne di tutto il comprensorio dei Castelli Romani. Anzi, adesso, molti sono quelli che tentano il sor­passo o vantano primogeniture inesistenti. C'è in atto, ora, addirittura la richiesta all'Unesco di dichiarare il bacino del lago di Nemi "patrimonio dell'umanità". Lei mi chiede se ci sono altre interpretazioni del mito proprio del lacus Dianae.
Le rispondo che è mia fortissima convinzione -che ormai si basa su un'infinità di riscontri obiettivi- che i Colli Albani in generale e il cratere nemorense in particolare siano stati uno dei luoghi più magici e sacri della storia dell'intera umanità che ha ispirato, forse, i miti fondamentali dell'Uomo. Con ogni pro­babilità proprio qui l'uomo ha cominciato a ricono­scere la sua prima divinità: la Grande Madre.
D - Scusi l'interruzione, ma tutto questo non potrebbe trattarsi solo di leggende o frutto di fantasia?
R - E' quello che mi sono sempre chiesto anch'io. Ma ogni volta che il dubbio riaffiorava, arrivava un nuovo indizio a riconfermare le mie teorie. L'elenco delle caratteristiche che qui si riscontrano e che fanno parte integrante dei miti da me esaminati di volta in volta è impressionante. Nessun luogo al mondo si avvicina nemmeno un po' alle caratteristi­che del lago di Nemi, luogo magico per eccellenza.
D - Per esempio?
R - Essendo il cratere di un vulcano in via di raf­freddamento (intendo riferirmi ad un'epoca compre­sa tra 40.000 e 20.000 anni fa e, poi fino ai Latini, ai Romani, ai Cristiani), ma ancora vivacemente attivo, l'uomo primitivo poteva riscontrare nella valle del lago i quattro elementi sacri: acqua, terra, aria -il vapore che fuoriusciva dal condotto vulcanico- fuoco -il calore del vulcano. Poi abbiamo il monte-vulcano -il Monte Albano degli antichi, Monte Cavo per noi- e la valle piena di verde e di vita, elementi fondamentali nel mito dell'Eden insie­me con la forma circolare del mitico paradiso (para­diso è parola greca derivata da un più antico termine iraniano che significa esattamente "parco circonda­to" da un confine, oggi diremmo: da una recinzione circolare). In questa valle le fonti di acqua pura non gelavano mai, nonostante il gran freddo, il lago rotondo, la forma delle "coste" crateriche verso Tempesta, che richiama la madre nell'atto di partori­re la natura -il rotondo boschetto del nemus-, la forma circolare della radura sacra, l'antro che con­duce nel regno dei mort. E poi, ancora, l'albero della vita che alberga un "frutto" -la pianta parassita del Vischio, il Ramo d'Oro, appunto-, che non può esse­re colto impunemente e che tanto ricorda quello biblico del Paradiso Terrestre. Nello stesso Rex nemorensis, il truce personaggio armato di falcetto che fa la guardia all'albero sacro del Ramo d'Oro, è facilmente riconoscibile il prototipo del Cherubino biblico posto da Dio a guardia del Paradiso Terrestre per non far più avvicinare gli scacciati Adamo ed Eva. Sarebbe troppo lungo qui spiegare tutti i miti (lo faremo col tempo), ma Le posso assicurare che, se vista alla luce anche delle più recenti scoperte sulle
conoscenze delle popolazioni primitive, la nostra tradizione più antica contiene tutti gli elementi per­ché i Colli Albani possano essere riconosciuti da tutti proprio come il luogo che ha ispirato alcuni tra i più grandi miti dell'Umanità.
D - Quali sono i miti che sarebbero stati ispirati dai Colli Albani?
R - Quello della Grande Madre della Natura, la prima divinità dell'uomo, per esempio, e quello cui abbiamo fatto riferimento, del luogo di delizie dove è sempre primavera e dove la vita è sempre facile e bella. E' questo un mito che fa parte della memoria storica di tutti i popoli della Terra e non è solo il retaggio della Bibbia. Questo luogo è stato ricerca­to in ogni angolo del globo e ipotizzato ovunque. Ma non è mai stato cercato con fredda logica, ma sempre con la deformazione delle visioni religiose. Io ho indagato il mito ripartendo da dati storici incontrovertibili: se quel mito è patrimonio di tutti i popoli, come sostengono grandi uomini di pensiero, allora esso non può che essersi formato nella mente dell'uomo -e tramandato poi nella memoria storica di ogni popolazione- quando gli uomini erano pochissimi e vagavano in piccoli gruppi in giro per l'Europa ricoperta di ghiaccio, ma seguendo tutti le stesse "rotte". Questo avviene proprio nel periodo cui prima accennavo, dai 40 ai 20.000 anni fa. In quel periodo la calda valle vulcanica del lago di Nemi poteva essere il luogo -unico in Europa- dove permaneva ancora, per il suo particolarissimo, caldo microclima vulcanico, un piccolissimo bosco di querce, il nemus, che proprio per essere così straor­dinario, era per gli antichissimi nostri progenitori, il luogo più magico che potessero vedere. Lì guarda­vano fisicamente la Madre che "partoriva" la natura. La forma del luogo, le sue peculiarità, si ritrovano in molti altri posti sacri dell'antichità, ma mai con la completezza di caratteristiche della valle nemorense, cosa che induce a credere che questo fosse il luogo sacro originario, imitato poi in tutte le regioni euro­pee. Quando cambiò il clima, forse intorno al dieci­mila a.C., le foreste si impossessarono di nuovo del territorio ed ogni popolo ricercò nella regione in cui risiedeva un luogo simile a quello originario e lo indicò come il "proprio" paradiso perduto. Ovviamente le mie argomentazioni sono molto più articolate e saranno esposto adeguatamente in un libro di prossima pubblicazione.
D -Cosa cambia nei Castelli Romani con queste sconvolgenti teorie.
R - Potrebbe cambiare molto. Innanzi tutto l'immagine. Come ho già sottolineato, non più solo i piccoli bor­ghi di contadini, retaggio di una tradizione agricola che pure va difesa e valorizzata, ma il luogo centra­
le della storia dell'Umanità, dove si formano i primi concetti elevati che l'Uomo concepisce: quello del divino che l'"homo sapiens sapiens" qui vedeva raf­figurato nel paesaggio del cratere nemorense. La necessità di tutelare questi luoghi così rivalutati, porterà i politici locali, provinciali e regionali a porre più attenzione alle politiche urbanistiche. Si dovrebbe puntare con più convinzione su uno svi­luppo di tipo turistico basato sulla cultura e sull'am­biente e meno sull'espansione edilizia selvaggia. Si potrebbe dare il via rapidamente alle iniziative come quella del "Parco del Ramo d'Oro" da realiz­zare sull'intera valle del lago di Nemi, salvaguardan­dola dalle continue infrazioni edilizie che restano impunite. Si potrebbe riscoprire e valorizzare questa antica cultura e riproporla all'attenzione di tutti in maniera piacevole e non pedante come sono, spesso, i cosiddetti "musei a cielo aperto" -espressione vec­chia ed abusata che non significa niente, ma che molti continuano ad usare a sproposito. Si potrebbero creare i circuiti archeologici con la riscoperta di siti grandiosi come le imponenti ville imperiali, i templi, le ville di grandi personaggi sparse sul territorio. Attraverso l'archeologia si potrebbero riscoprire anche i modi di vivere, le famiglie, le vicende private di personaggi come Gaio Giulio detto Cesare, Gneo Pompeo, Ottaviano Augusto, il "velletrano", figlio di una nipote di Cesare, aricina, e di un ricco cittadino di Velitrae; come Caligola, con tutti i segreti delle grandiose navi di Nemi; come Domiziano, Antonino Pio, l'im­peratore nato a Lanuvio e qui residente sempre, con suo genero e figlio adottivo, Marco Aurelio che nella villa del suocero ha vissuto quando non era in giro per guerre e affari di stato e dove ha avuto tutti i suoi figli a cominciare da quel Commodo che gli succederà sul trono imperiale di Roma, sconosciuto a tutti finché non è diventato il personaggio di un famoso film di successo, "Il Gladiatore". E poi Cicerone, Marco Porcio Catone e ancora Vitellio, Settimio Severo, Caracalla, Costantino il Grande, tutti personaggi che hanno lasciato un segno indele­bile nella storia del mondo che qui vivevano perché questa era la loro terra o qui ritrovavano le loro ori­gini più illustri perché qui era vissuto il figlio di Enea, l'eroe eponimo di Latini e Romani. D'altronde in ogni parte del mondo si tenta di riven­dicare peculiarità gloriose, ma di dubbia origine, senza che nessuno si meravigli. Quante storie si sono scritte sulla ricerca del sacro graal in quel d'Inghilterra? Quanti luoghi sono visi­tati da studiosi e turisti alla ricerca dell'arca perduta? Quanti luoghi ne hanno vantato il possesso anche temporaneo, traendone vantaggi economici e di immagine?
Recentemente un autore inglese, Allan Massie, ha scritto un libro di successo sulla sua ricerca del biblico Paradiso Terrestre, che ha individuato intor­no alla città di Tabriz, in Anatolia, seguendo le indi­cazioni della Bibbia che corrispondono in maniera sorprendente più ai Colli Albani che alla regione di Tabriz! Anche il concetto di vergine madre si ritrova pro­prio qui. Per tutti i popoli antichi la Madre della Natura era una vergine, perché il concetto si forma nella mente di quegli uomini quando essi non hanno ancora compreso quale fosse il meccanismo per la conce­zione dei figli. Ritenevano che la Madre creasse direttamente la vita. Diana Aricina era effettivamente considerata la madre di tutta la natura ed essendo una divinità anti­chissima, forse la più antica, è considerata una dea Vergine. Non è per caso che è nel regno della Grande Madre Diana, che Rea Silvia, la principessa di Alba Longa, la Vergine Vestale, è resa Madre da un dio.
D - Già, Rea Silvia, la principessa di Alba Longa, la grande città-madre dei Latini e progenitrice di Roma non si è mai trovata. Secondo Lei dov'è?
R- Quello di Alba Longa è un capitolo ancora tutto da scrivere, anche dal punto di vista archeologico. Il suo ritrovamento potrebbe portare ai Castelli Romani fiumi di studiosi e di visitatori. Sarebbe la scoperta del secolo, come quando Schlimann trovò le mura di Troia, ma, come era già accaduto per Troia, Alba Longa non si è mai cercata veramente. Si continuano a sostenere tesi ottocentesche palese­mente errate che la vogliono lungo il cratere del lago di Albano, vicino a Castel Gandolfo, a Palazzola, o a Prato Fabio. Tutti luoghi, questi, che non corrispondono affatto alla posizione di una città imprendibile, come doveva essere Alba Longa. Sono solo il frutto di interpretazioni sbagliate di brani lati­ni, arrivate fino a noi pressoché inalterate dal Medioevo in poi e confermate nell'ottocento e ai più messe in dubbio. Un'attendibile ipotesi sull'ubicazione di Alba Longa l'ha data il prof. Pino Bevilacqua che sulla rivista "Omnia, la voce del nemus" edita dall'Associazione Culturale Camenia a Genzano, ha pubblicato un articolo indicando, come luogo che più corrisponde alle descrizioni lasciateci dagli antichi (Livio, Dionigi di Alicarnasso), l'area posta alla base del Monte Faete. Qui, in effetti, ci sono tutte le condi­zioni: la città, bene esposta, è protetta dai venti e dai nemici a nord, dove si erge il massiccio delle Faete, mentre a sud le sue "mura" sarebbero costituite dallo stesso lago, ampio e profondo, come dice Dionigi.
D - A quale lago allude, a quello di Albano?
Al lago che un tempo copriva completamente l'area che noi oggi chiamiamo dei Pratoni del Vivaro. Qui un lago molto vasto ed anche profondo permase fino agli anni trenta del secolo scorso, ma di esso, a pochi decenni dalla scomparsa, nessuno di noi ha oggi più memoria! Ma la ricerca di Alba Longa si farà solo quando gli uomini della cultura ufficiale, si saranno resi conto della validità dell'ipotesi di Bevilacqua e gli Amministratori e i politici si saranno convinti della convenienza anche economica -non solo scientifica-di un'operazione di questo tipo. Intanto, un gruppo di volenterosi e intelligenti archeologi "dilettanti" ha individuato sul Monte Artemisio un centinaio di tombe a camera risalenti ad almeno quindici secoli a.C., perfettamente con­servate. Sono le uniche nel territorio laziale a dimo­strazione che qui la presenza umana altamente qua­lificata risale a molto prima che Roma nascesse. Questo tipo di tomba è tipico del nord Europa. Ce ne sono anche nella zona di Stonehenge e non c'è motivo di dubitare che molti contatti siano esistiti tra i due luoghi. Ma questo è ancora un altro discor­so. Già così, senza altri collegamenti, le sole tombe a camera dell'Artemisio potrebbero costituire un'i­struttiva visita culturale alla zona, particolarmente bella ed interessante anche dal punto di vista ambientale.
D - Tutto questo è molto interessante. Mi viene in mente la straordinaria unità di sviluppo dello spirito umano: piramidi in Egitto, piramidi in America Latina... Templi simili in parti diverse del mondo... In realtà, allora, miti, leggende e storia sono molto più vicini di quello che si pensa.
R - Certamente. Nei miti, si dice, è nascosta la verità della storia. E' vero, ma bisogna saper interpretare bene i miti, saperli leggere. E' quello che io e il prof. Pino Bevilacqua stiamo facendo per i Colli Albani senza più meravigliarci di niente, proprio perché riuscia­mo ad esaminare i miti liberi da qualsiasi pregiudi­zio o da verità "accademiche" vecchie e preconcette. Ovviamente ricercando, ogni volta, i necessari riscontri obiettivi, anche se le prove scientifiche di alcune cose non le troverà mai nessuno. Noi, però, ne potremmo trovare una incontrovertibi­le relativa a quanto affermiamo riguardo la valle del lago di Nemi. Occorrerebbe, però, che qualche Autorità sostenesse lo sforzo economico per fare la ricerca dei pollini sul fondo del lago di Nemi. Se si trovassero pollini di albero di quercia risalente all'età glaciale di Würm in un periodo compreso tra 40.000 e 20.000 anni fa, sarebbe quella la prova che la valle del lago ospitava l'unico bosco di querce rimasto in Europa. Questo significherebbe che tutto quello che abbiamo sopra esposto come pura ipote­si, acquisterebbe un decisivo valore scientifico. Ripartendo dalle origini più lontane, diventa quasi ovvio concludere che fu proprio il Vulcano Laziale, il luogo magico dei Colli Albani, dalle caratteristi­che uniche tra tutti i luoghi allora frequentati da esseri umani pensanti, ad attirare qui l'attenzione di tutti gli uomini (non più otto-diecimila anime) allora in circolazione per l'Europa. Nessuna meraviglia che le particolari caratteristiche ne abbiano fatto il luogo più sacro per tutti gli uomi­ni di allora ed abbia loro ispirato molti dei concetti astratti destinati a formare la base della conoscenza umana. Di questo era convinto Frazer, che però non poteva risalire con cognizione di causa troppo indietro nel tempo, cosa oggi possibile per noi. Lo studio della lontana preistoria mi ha portato ad insistere e le ricerche hanno dato frutti davvero sorprendenti che esporrò anche qui, su questo sito perché il dibattito su queste ipotesi e "scoperte" possa essere il più ampio ed obbiettivo possibile.

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