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 2009 Giuliano Di Benedetti
Valle del Lago di Nemi Progetto per la realizzazione del Parco del Ramo d’Oro: cultura, economia, sviluppo
di Giuliano Di Benedetti
  Aprile 2009
Mito, storia, cultura, arte, ambiente, economia, per un progetto unico al mondo in grado di determinare nel territorio dell’antico nemus, il bosco sacro alla dea Diana, un prospero, sicuro, duraturo sviluppo compatibile
Che cos’è il Ramo d’Oro? Chi non ha letto il famosissimo trattato di antropologia, Il Ramo d’Oro, di James Frazer, difficilmente sa cosa sia il ramo d’oro. Per la verità, se ne trova notizia nel libro VI dell’Eneide dedicato al viaggio ultraterreno di Enea. L’eroe Troiano è giunto a Cuma ed incontra la Sibilla che accetta di accompagnarlo nel modo dei morti. L’eroe, che vuole incontrare l’anima del padre Anchise, potrà accedere nel mondo degli inferi solo se recherà con sé proprio il ramo d’oro, una pianta magica e sacra che cresce su un albero posto nel mezzo del bosco e che individua con l’aiuto di due colombe mandate in suo aiuto da Venere, sua madre. Virgilio non ci dice di più. Frazer, invece, riscopre il mito del ramo d’oro spiegandone il significato ed attribuendogli un’origine lontanissima nel tempo, facendolo risalire ai primordi dell’umanità. Ma, insomma, cos’è il ramo d’oro? E’ il ramoscello di vischio che cresce sulla quercia, nel caso specifico, la quercia sacra che domina la radura del nemus, il bosco sacro alla dea Diana che occupa la valletta di forma circolare di uno dei crateri vulcanici dei Colli Albani, nei pressi di Roma. Il cratere nemorense, sull’orlo del quale sorge il piccolo borgo di Nemi, è sempre stato ricoperto, nella parte più antica, da un piccolo bosco con radure che i Latini chiamavano nemus, mentre la parte più recente è occupata ancora oggi dal lago di Nemi.
Il doppio cratere in antico fu uno dei luoghi più magici e sacri di tutti i popoli antichi. Il lago ebbe un periodo di grandissima notorietà mondiale quando il regime fascista vi volle recuperare, svuotandolo parzialmente, i due mastodontici scafi di quelle che vennero allora chiamate le Navi Romane di Nemi. Fu, invero, un’opera titanica e quegli scafi erano allora non solo gli unici di epoca antica esistenti al mondo, ma anche le più grandi opere navali in legno mai costruite dall’uomo in ogni epoca. L’interesse di tutto il mondo scientifico fu concentrata, per molti anni, sul piccolo bacino lacustre che gli antichi chiamavano speculum Dianae, lo specchio di Diana. Con il secondo conflitto mondiale arrivò, proprio alla fine, la distruzione di quegli antichi reperti. Nella notte tra il 31 maggio ed il 1 giugno 1944, due giorni prima che gli Americani giungessero sui Colli Albani, un incendio doloso rimasto impunito ridusse in cenere in pochissime ore quello che il lago aveva conservato miracolosamente per quasi duemila anni. Approfondiremo questo argomento in un prossimo intervento su questo spazio. Ora torniamo al ramo d’oro. Perché tanta importanza aveva questa pianticella che cresceva sulla sacra quercia del lago nemorense? Un’antichissima tradizione, risalente certamente ad epoche pre latine e pre indoeuropee, cioè ad epoche risalenti ad oltre cinquemila anni a.C., voleva che il vischio che nasceva sulla quercia della radura centrale del nemus, sacra al dio Janus-Giano e alla dea Giana-Djana-Diana, avesse proprietà magiche e sacre. Rappresentava l’omaggio che chi voleva accedere al mondo dei morti doveva recare a Proserpina-Diana, regina degli inferi. Il ramo d’oro era, però, sorvegliato da un truce personaggio, il rex nemorensis, il re del bosco, che non consentiva a nessuno di avvicinarsi all’albero sacro. Chi ci fosse riuscito avrebbe potuto sfidare –con possibilità di vittoria-proprio il rex nemorensis ed ucciderlo. Solo così avrebbe potuto prendere il suo posto e diventare a sua volta rex nemorensis, custode dell’albero sacro e dell’antro che conduceva nel mondo dei morti. Ma così facendo diventava egli stesso il nuovo bersaglio, il custode-rex-sacerdote da uccidere. Il mito primordiale, passando i millenni, si modificò. In epoca romana era solo uno schiavo fuggitivo che avesse strappato il ramo d’oro colui che poteva sfidare in duello il rex in carica e diventare a sua volta il re del bosco sacro. La tradizione ce l’ha poi tramandato come una specie di sacerdote della dea Diana e custode del tempio-radura. Lo strano, cruento rituale del rex nemorensis durò fino all’epoca imperiale romana e finché il culto della dea sopravvisse. Solo quando, con il trionfo del cristianesimo, furono aboliti i culti pagani, anche il grandioso tempio della dea cadde nell’oblio e con esso scomparve la figura del rex nemorensis. Nei secoli successivi se ne perse, anche localmente, il ricordo. Ma ancora all’epoca di Caligola era un personaggio potente e il giovane imperatore fu costretto ad assoldare un giovane schiavo robustissimo per poterlo far uccidere secondo l’antico rituale. Quel rex si opponeva, infatti, al progetto di Caligola per la trasformazione dell’intero cratere nemorense in luogo sacro alla dea egizia Isis al cui culto erano dedicati gli immensi scafi fatti costruire appositamente dall’imperatore. Nella prima parte dell’ottocento il mito del ramo d’oro fu riscoperto dal grande pittore William Turner, il massimo esponente del romanticismo inglese, che dipinse un quadro intitolato, appunto, Il Ramo d’Oro, titolo successivamente ripreso dal Frazer che, partendo dal rituale del ramo d’oro e del rex nemorensis, sviluppò la sua opera, la più importante della nascente antropologia. L’opera ebbe subito un successo mondiale divenendo un classico e una pietra miliare nello studio dell’uomo. Ancora oggi, pur essendo in parte superata, l’opera rimane fondamentale per gli studiosi di tutto il mondo. Partendo dal rituale forse più antico dell’umanità intera, e da quel ramo d’oro cantato da Virgilio e trovato da Enea, nacque, ormai oltre quindici anni fa, l’idea di realizzare nella valle del lago di Nemi un grande parco che raccontasse l’evoluzione dell’uomo, seguendo lo studio del Frazer, utilizzando soltanto alberi, arbusti, fiori, acqua, legno, roccia. Il tutto era organizzato seguendo le simbologie più antiche relative alla Grande Dea Madre, quale era in origine la dea Diana.
Segue...
 
COLLI ALBANI: una storia tutta da riscoprire
di Giuliano Di Benedetti
  febbraio 2009
Conosciamo davvero i Colli Albani?
Solo quello che abbiamo appreso da vecchie tradizioni, ma non sempre quelle informazioni sono state correttamente trasmesse o bene interpretate e spesso ignoriamo le cose più ovvie, abituati come siamo a vedere i luoghi dove siamo nati e vissuti come luoghi normali, semplici, privi di grandi significati. Meno che mai riusciamo a considerarli magici o sacri.
Ma erano proprio magia e sacralità le caratteri­stiche peculiari che li hanno resi unici agli occhi dei nostri più lontani progenitori, caratteristiche che hanno superato i millenni. Solo ora non riusciamo più a comprendere quelle antiche caratteristiche, fuorviati dalla nostra religione, dalla modernità, dalla scienza, dalla ricchezza e dalla saccenza dei nostri studiosi. Quello che qui cercherò di far conoscere, possibilmente ad un vasto pubblico, è proprio quello che oggi sfugge alla normale conoscenza di tutti: l'antico carattere del territorio dei Colli Albani. E lo farò rispondendo alle infinite domande che dallo studio di un simile territorio nascono spontanee e di cui rappresentano solo un piccolo saggio quelle che qui di seguito faccio a me stesso e a tutti voi.
Come si formò il territorio dei Colli Albani? Cos’è la glaciazione di Wurme e quale ruolo svolse il Vulcano Laziale in quel periodo? E cos’è il Vallone di Tempesta e cosa rappresentava per gli uomini di trentacinquemila anni fa? Quali sono i simboli primordiali ideati dall’Homo Sapiens Sapiens? Chi o che cosa erano veramente e come si collegano al territorio del lago di Nemi e al suo sacro bosco personaggi eccezionali, luoghi misteriosi o miti universali come la Grande Dea Madre, il Giardino di delizie, l’albero sacro del ramo d’oro, il primordiale tempio-radura dedicato alla dea Diana-Inanna, il dio sumero Anu e quello latino Janus-Diano-Giano, l’ingresso nel mondo dei morti e le tombe a camera? Perché Enea e i suoi troiani giungono nel Latium dopo aver sostato a Cuma ed aver incontrato la Sibilla Cumana? Perché nasce Albalonga? Dove nascono Romolo e Remo? Qual è l’origine dell’alfabeto che oggi è usato da tutti i popoli della Terra nelle relazioni ufficiali tra gli Stati? Come fu realizzato l’emissario del lago di Nemi? Perché sono legati al nemus ed al suo territorio tanti personaggi importanti della storia di Roma come i componenti della famiglia Julia -Giulio Cesare e Ottaviano Augusto-, come gli imperatori Tiberio, Caligola, Vitellio, Domiziano. Chi era il cittadino di Lanuvium Publio Sulpicio Quirino? Quale rapporto hanno con il nemus Maria di Nazareth e Paolo di Tarso? Perché Simon Mago fini­sce ad Aricia? Quale rapporto lega la Madonna al lago di Nemi? Cos’erano le gigantesche navi di Nemi e perché Caligola le fa realizzare in un lago così piccolo? Dove nasce l’imperatore Antonino Pio e dove vive suo figlio adottivo -e poi genero- Marco Aurelio? E dove nasce e vive Commodo, suo figlio e successore? Quali vicende legano Settimio Severo, Caracalla, Costantino il Grande ad Albano Laziale? Quale ruolo ha nella decisiva battaglia di ponte Milvio tra Massenzio e Costantino la Seconda Legione Partica di stanza sui Colli Albani dove ora sorge Albano Laziale? Cosa poteva significare esattamente la scritta della visione di Costantino:”In hoc signo vinces”? Che cos’era effettivamente la vera donazione di Costantino che darà poi origine al potere temporale dei Papi e alla loro dominazione su tutta l’Italia Centrale? Chi era sant’Ippolito? E papa sant’Innocenzo? Cosa ignora ne “Il Codice Da Vinci” Dan Brown nella “sua” ricostruzione della vicenda della discen­denza della Maddalena? Quale strana particolarità della più antica divinità nemorense, Diana, collega Rea Silvia a Maria di Nazareth e cosa lega Romolo a Cristo?
A questi e a molti altri interrogativi della storia più antica cercheremo di dare una risposta credibile, convincente, nuova, originale ed anticonformista collegandoli -imprevedibilmente, ma realisticamente- alle più radicate tradizioni del territorio del nemus, il sacro bosco del lago di Nemi.
La rilettura di molti avvenimenti che fanno parte della storia dell’umanità e che, correttamente interpretati, restituiscono ora la decisiva importanza al ruolo che i Colli Albani hanno avuto in ogni epoca nella storia dell’umanità -oggi quasi del tutto dimenticata- sarà sorprendente e del tutto insospettabile..
Segue...
 
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