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 Marco Cagossi - Blog  2008  2007  2006  2005
Uova di cioccolato, il lato oscuro
 Marco Cagossi 14 aprile 2006
Cioccolato amaroL’imminenza delle festività pasquali porta in primo piano l’immenso consumo di cioccolato, emblema stesso della Pasqua. Comunque si vivano queste festività, sia che si faccia riferimento alla tradizione religiosa giudaico-cristiana, sia che si guardi alla Pasqua con l’antica attenzione delle festività pagane che annunciavano la rinascita della natura e il ritorno della primavera, non possiamo pensare alla Pasqua senza abbinarla alle uova scure e profumate che annunciano ricche sorprese e delizie per il palato.
Uova di cioccolato, di ogni dimensione e prezzo, uova industriali o realizzate artigianalmente dalla straordinaria abilità di artisti pasticceri.
Le virtù del cioccolato, ricco di sostanze neurostimolanti che inducono l’organismo a rilasciare rassicuranti endorfine, sono state esaltate nella saggistica scientifica, nella letteratura e nella cinematografia.
Ho conosciuto pochissime persone cui non piacesse la cioccolata e la maggior parte di noi non può sfuggire al suo fascino profondo e antico.

Ma da dove viene l’immenso fiume di cioccolato che arriva in mille ovetti nelle nostre case ?

La ricerca delle “sorgenti” del fiume di cioccolata riserva sorprese e rivelazioni non meno straordinarie e inattese di quelle che attendevano nell’800 John Hanning Speke alla ricerca delle sue sorgenti del Nilo.

La cioccolata ha un “lato oscuro” del tutto inatteso che dobbiamo assolutamente conoscere a costo di rovinarci la sensazione alle papille gustative ogni volta che gusteremo il cibo degli dei.


Più della metà del cacao prodotto nel mondo proviene dalla Costa d’Avorio.
In questo remoto stato africano centinaia di migliaia di bambini tra i nove e i dodici anni sono impiegati nelle “cocoa farms” per la coltivazione e la raccolta del cioccolato.
Cacao amaroCentinaia di miglia di bambini tra i nove e i dodici anni, schiavi di una economia senza speranza.
Una economia depredata delle proprie ricchezze dall’avidità dei grandi monopoli internazionali che operano nel campo del “food”, incuranti degli accordi e dei protocolli internazionali, sprezzanti di ogni dignità umana.

Nel 2005 l'International Labor Rights Fund ha depositato presso la Corte federale di Los Angeles una denuncia contro tre multinazionali che importano cacao dalle coltivazioni della Costa d'Avorio, maggior produttore mondiale, accusandole di traffico di bambini, torture e lavoro forzato.
Le tre società sono Nestlé, Archer Daniels Midland (ADM) e Cargill.

Nel 2001 le maggiori multinazionali del cioccolato(Nestlé, Mars, Hershey’s) a fronte della pessima pubblicità derivata dalle notizie trapelate sulle “cocoa farms” principalmente in Costa d’Avorio, avevano deciso di aderire volontariamente ad un generico “protocollo” per l’eliminazione del lavoro minorile nell’Africa occidentale piuttosto che aderire alla proposta di etichettare i loro prodotti con il marchio “Slave free”.
Infatti nessuna delle grandi multinazionali del cioccolato avrebbe oggi diritto ad etichettare i propri prodotti “liberi dalla schiavitù” provenendo la materia prima dai mercati di produzione che utilizza mano d’opera infantile e spesso non pagata per mantenere ai livelli minimi il prezzo del cacao sui mercati internazionali.

Incredibilmente le pubblicazioni e la letteratura prodotta sul fenomeno tende ad individuare il problema del lavoro minorile in Costa d’Avorio solo come un problema “legale”, attribuendo alle famiglie la responsabilità per l’utilizzo dei bambini in lavori pesanti e pericolosi.
Il cuore del problema è invece il prezzo iniquo pagato dalle grandi compagnie internazionali che obbliga di fatto l’economia a rimanere nell’ambito di un sistema schiavistico per mantenere i prezzi di mercato.

Si calcola che approssimativamente 286.000 bambini siano utilizzati in Costa d’Avorio nella coltivazione e raccolta del cacao.
Bambini che lavorano tra le 80 e le 100 ore settimanali, esposti ad ogni tipo di incidenti di lavoro, spesso feriti da colpi di machete; bambini intossicati da un uso inadeguato di pesticidi; bambini regolarmente bastonati e affamati, bambini senza speranza.
I grandi produttori di cioccolata, importando le materie prime dalla Costa d’Avorio, sono perfettamente al corrente della situazione e ne sono di fatto anche la causa principale, per l’iniquo prezzo pagato ai produttori locali che non consente alcuna possibilità di sviluppo.

Alcune aziende che commercializzano prodotti nel circuito “equo-solidale” si sono impegnate a pagare un prezzo equo per le materie prime, si sono impegnate ad utilizzare prodotti “biologici”.
È stato per altro dimostrato che la coltivazione biologica è incompatibile con il modello di produzione schiavistico.
La coltivazione biologica privilegia il rispetto dell’ambiente, della salute dell’uomo e della qualità di vita degli stessi lavoratori dai quali esige coscienza e cultura per poter essere realizzata.
Nestlé, tra i più grandi produttori al mondo, continua invece a fare “business” imponendo alle materie prime prezzi da fame.

Il più recente comunicato stampa di Nestlé riporta un fatturato pari a 91.1 miliardi di Franchi svizzeri (pari a circa 58 miliardi di euro) con un incremento del 7.5% e con un margine di profitto pubblicamente dichiarato pari al 12.9% delle vendite - oltre 7 miliardi di euro di profitto lordo (EBITA) -.
Tutto questo nonostante i “crescenti costi” !
I dati qui riportati possono essere facilmente comprovati nei comunicati stampa ufficiali visibili direttamente in rete:
Nestlé Group in 2005: Record Sales and Profits – Higher Dividend Proposed
L’enormità dei profitti sottolinea l’enorme responsabilità morale e materiale di questa politica di rapina che affama e sfrutta interi popoli.
Sentiamo il peso e il senso di impotenza enorme che non ci lascia e al quale vogliamo reagire.
Reagire almeno con la coscienza di chi non accetta un mondo che in nome delle festività dimentica quei 286.000 bambini tenuti schiavi a raccogliere un cioccolato di cui non conoscono il sapore, la forma, il profumo.
Il prodotto finito non lo vedranno mai.
Possiamo almeno rifiutarci di acquistare quei prodotti che sappiamo derivare dallo sfruttamento (assurdo per la nostra epoca storica) del lavoro di bambini maltrattati e senza diritti.

Possiamo privilegiare il mercato equo e solidale: sarà un primo modo concreto per dire che tutto questo non avviene in nome nostro, che non siamo d’accordo, che vogliamo un mondo migliore e siamo pronti a lottare per averlo.
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